20.4.12

Lost in translation


ATTENZIONE: post ad alto tasso di seghe mentali. Dato che avete milioni di cose migliori da fare che leggere questo, potete tranquillamente chiudere la pagina, tanto se siete arrivati fino a qua (grazie) il contatore di visualizzazioni è già scattato e il mio ego è già gratificato (basta poco per farmi contento).

Detto questo... Ieri sera ero con il mio compagno di sceneggiature Zappa per lavorare a un'ideuzza spettacolare per un fumetto su cui ci rompiamo la testa da secoli per proporla a un editor americano. Quando ci siamo posti il problema della traduzione la mia indole filosofica si è scatenata. Perché abbiamo capito subito che non basterebbe far tradurre il nostro scritto a “uno bravo” con l'inglese. Il problema è che noi l'abbiamo pensato in italiano e certi riferimenti, certe sfumature, certe atmosfere probabilmente sono connesse alla nostra lingua e verrebbero miserevolmente perse nella traduzione. Un po' come se uno dovendo scannerizzare un quadro di Van Gogh usasse come formato un file da sedici colori. Decisamente il risultato non sarebbe lo stesso. E qui l'indole filosofica ha iniziato a sragionare. Prendete la parola “cane”. Siamo abbastanza sicuri che nella parola tradotta “dog” non ci sia una gran perdita di informazioni. Un cane è un cane, negli Stati Uniti come in Italia. Ma se consideriamo la parola “pensiero”? Per noi evoca come minimo l'antica Grecia cosparsa di gente che filosofava mentre mangiava e si dedicava ad altre attività piacevoli. Ma anche Seneca, Kant, Marx, Hegel, Heidegger, Nietzsche... ecc... Che è gente che non solo abbiamo studiato a scuola ma è stata parte stessa con le proprie idee della costruzione della nostra civiltà europea occidentale. Quando diciamo la parola “pensiero” abbiamo tutto questo retroscena implicito. E probabilmente è implicito anche per uno che non ha mai studiato filosofia nella sua vita, perché quelle idee sono entrate nel senso comune. È la stessa cosa per un americano? Forse almeno in parte. E per un giapponese? Molto probabilmente no. Quella parola per lui evoca probabilmente qualche koan zen da meditare sorseggiando una tazza di tè versato con l'apposito rituale. Estremizzando il discorso in realtà non c'è bisogno di andare a pescare nell'estremo oriente. Forse quando io dico “cane” ho in mente quel simpatico cucciolotto che avevo quando ero bambino mentre un'altra persona ha in mente quell'enorme mastino che quando aveva tre anni aveva cercato di ingropparlo. E le sensazioni evocate, anche se magari non sono percepite a livello cosciente, non possono che essere profondamente diverse. Ecco allora che le parole contengono ed evocano un mondo che non è detto sia coincidente a quello di partenza. La comunicazione è una continua creazione e distruzione e ricreazione di scenari e la comprensione di quello che ci dicono non è altro che una versione a sedici colori di un quadro di Van Gogh che noi reintegriamo con colori a nostra scelta. E figuratevi il macello che si scatenerebbe se invece di considerare la parola “cane” prendessimo la parola “amore”. Dell'indicibile bisognerebbe tacere, Wittgenstein aveva (forse) ragione.

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